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C’è una sensibilità
critica che appare innata nella maggior parte dei grafici. Una
disponibilità all’intervento diretto nella nostra società, con i mezzi
propri della professione, quelli della comunicazione cioè, che senza
dubbio fa parte del patrimonio genetico del designer.
Qualche anno fa
questa aspirazione ad un ruolo propositivo e non meramente narrativo ha
vissuto un felice momento con la stagione che va sotto il nome di
“pubblica utilità” e che si caratterizzò per una rara comunione
d’interessi tra il committente, in quel caso segnatamente le
amministrazioni pubbliche, e i designer. Venuto meno l’interesse della
committenza o, per meglio dire, essendo completamente cambiate le
modalità della comunicazione tra istituzioni e cittadinanza — ormai
anche in politica la grammatica prevalente è quella pubblicitaria —, non
è però diminuita l’urgenza di contribuire criticamente da parte dei
designer all’interpretazione della società. Un apporto “politico” nel
pieno significato etimologico del termine e che si svolge spesso oggi
nella forma dell’autoproduzione e della diffusione tramite le
possibilità offerte dai social network.
I lavori di Tomaso
Marcolla sono un coerente esempio di questa pratica militante che cerca
di dare attuazione ad una delle più ambiziose affermazioni del mestiere:
il design può cambiare il mondo.
O almeno può provarci.
Gianni Sinni
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